Nel mondo WordPress esce un nuovo page builder più o meno con la stessa frequenza di un nuovo framework JavaScript. Ognuno promette codice più pulito del precedente, ognuno ha una community convinta di aver trovato quello definitivo. Dopo un paio d’anni, metà di loro sopravvive come plugin da disinstallare con molta cautela durante un restyling.
Etch arriva in questo panorama con una richiesta precisa: non essere chiamato page builder. Chi lo sviluppa lo definisce un ambiente di sviluppo visuale e la distinzione riguarda due cose molto concrete: a chi è destinato lo strumento e dove finiscono i dati che ci costruisci dentro.
In Italia se ne parla ancora pochissimo, e le poche ricerche arrivano quasi tutte da chi lavora già con Bricks e si chiede se sia il caso di guardarsi intorno. Vediamo di cosa si tratta.
Etch nasce dalla stessa squadra di Automatic.css
Etch è sviluppato da Digital Gravy, l’azienda di Kevin Geary, la stessa che c’è dietro ad Automatic.css (trovi maggiori info nel post sui framework CSS) e alla libreria di componenti Frames. Lo sviluppo pubblico è partito a settembre 2024. La versione 1.0 è uscita il 30 gennaio 2026, con un comunicato che chiudeva la fase beta senza tanti giri di parole: “No more betas. No more caveats.”
L’idea di fondo è unire due cose che di solito stanno separate. Da una parte c’è l’interfaccia visuale di un page builder, dove sposti gli elementi e vedi subito il risultato. Dall’altra c’è la libertà di un editor di codice, dove puoi scrivere HTML, CSS, JavaScript e PHP senza passare per pannelli e opzioni preconfezionate. Etch mette tutto nella stessa finestra.
Il pubblico a cui si rivolge è dichiarato senza diplomazia. La pagina delle funzionalità sul sito ufficiale si intitola “Features Built for You, Not Aunt Carol”, e chi non vuole toccare una riga di codice viene invitato con gentilezza a restare sugli altri builder. Zia Carol, per la cronaca, con Elementor si trova benissimo.

Quello che costruisci in Etch diventa blocchi di WordPress
Qui sta la differenza più grossa rispetto ai builder tradizionali. Elementor, Bricks e quasi tutti gli altri salvano le pagine in un formato proprio, che solo il builder sa leggere. Etch invece traduce quello che costruisci in blocchi dell’editor di WordPress, quello che conosci come Gutenberg. Sul sito ufficiale questa parte si chiama Gutenberg Engine. La sincronizzazione funziona nei due sensi: una modifica fatta nell’editor a blocchi torna dentro Etch e viceversa.
La conseguenza più pratica riguarda il cliente. Quando deve cambiare un testo o un’immagine, apre l’editor a blocchi di WordPress, quello che trova su qualsiasi sito, e modifica il contenuto senza mai vedere l’interfaccia di sviluppo. Chi ha consegnato almeno un sito fatto con un builder sa quante telefonate nascono da un cliente entrato nel pannello sbagliato.

C’è una sfumatura da tenere a mente. Dalla versione 1.0 Etch salva il lavoro in blocchi personalizzati, pensati per riprodurre con precisione quello che hai disegnato, e il comunicato ufficiale presenta questa scelta come una questione di stabilità. Prima di un progetto vero io farei comunque una prova su staging per vedere cosa resta del contenuto con Etch disattivato, perché è l’unico modo per sapere quanto sei davvero libero di cambiare strada in futuro.
Il codice che esce è il tuo
Chi ha ispezionato il codice di una pagina fatta con un builder classico conosce la sensazione: un titolo dentro un div, dentro un altro div, dentro una sezione con tre classi generate in automatico e un ID che nessuno ricorda di aver chiesto. Etch dichiara di produrre HTML senza wrapper, ID o classi aggiunti in automatico. Nel markup finale c’è soltanto quello che hai inserito tu.
Lo stesso principio vale per il CSS. Lo stile viene salvato insieme all’elemento a cui appartiene e finisce nella pagina solo se quell’elemento c’è davvero. In più c’è un sistema chiamato Auto-BEM, che assegna in automatico a ogni elemento una classe secondo la convenzione BEM, così la nomenclatura resta ordinata anche quando il progetto cresce e ci mettono le mani più persone.
Per chi scrive codice c’è un editor HTML completo, dove puoi incollare markup già pronto o scriverlo con le abbreviazioni di Emmet. Lo stile si gestisce scrivendo CSS, con un piccolo pannello di azioni rapide al posto della classica colonna piena di cursori e menu a tendina. Il canvas è fluido, senza i soliti tre breakpoint fissi, e le container query vengono generate in automatico.

Se il paragrafo sul BEM ti ha fatto venire voglia di chiudere la scheda, sappi che il peggio è passato. Da qui in avanti parlerò solo di cose che si vedono nel sito live.
Componenti, loop e campi personalizzati nella stessa finestra
Su un sito WordPress fatto bene le pagine statiche sono la parte facile. Il lavoro vero sono le card dei progetti, gli archivi filtrati, le schede prodotto che pescano i dati da un custom post type. Etch prova a gestire tutto questo senza farti uscire dall’editor.
Componenti
I componenti funzionano come blocchi riutilizzabili: li costruisci una volta, li usi in tutto il sito e una modifica al componente si propaga a ogni copia. Hanno le props, cioè i parametri che cambiano da un’istanza all’altra (il titolo di una card, il link di un pulsante), gli slot per inserire contenuto libero e le varianti gestite con logica condizionale.
Sistema di loop
Il sistema di loop cicla su post, tassonomie, utenti e perfino dati JSON o REST, anche annidati uno dentro l’altro, e usa la stessa sintassi delle query di WordPress. A questo si aggiungono i dati dinamici, che leggono i valori dal database e dai campi personalizzati, e una logica condizionale con if ed else per mostrare o nascondere elementi in base al contenuto.
Custom post type e campi personalizzati
La parte che mi incuriosisce di più è un’altra: Etch permette di creare custom post type e campi personalizzati direttamente dall’editor. Di solito per questo lavoro si installa un plugin dedicato, e su come scegliere e usare quel plugin Laura ha scritto un post intero, Cosa sono i custom post type e perché scelgo Metabox. Avere tutto in un posto solo semplifica i siti piccoli. Su un progetto con decine di campi e relazioni tra contenuti, invece, vorrei vedere Etch alla prova prima di rinunciare a uno strumento specializzato.

Etch e Bricks partono da due idee diverse
Il confronto viene spontaneo, perché Etch e Bricks si rivolgono allo stesso pubblico: sviluppatori e agenzie che vogliono controllo sul codice. Ho già messo a confronto Bricks ed Elementor, e lì Bricks usciva come la scelta più sensata per chi sviluppa. Con Etch il discorso si sposta su un altro piano.
Bricks resta un builder visuale nel senso pieno. Si installa come tema, salva le pagine in un formato suo e lavora benissimo con i plugin di campi personalizzati come Metabox o ACF. Puoi costruire un sito intero senza scrivere codice, e il codice entra in gioco quando lo decidi tu.
Etch fa il percorso opposto. Dà per scontato che tu conosca HTML e CSS e usa l’interfaccia visuale per farti andare più veloce. In cambio ti offre un markup più asciutto, i contenuti dentro la struttura a blocchi di WordPress e un editor più semplice per il cliente. Quale scegliere dipende da come lavori. Se scrivi già CSS a mano e i pannelli dei builder ti rallentano, Etch ha molto senso. Se il visuale è il tuo punto di partenza e il codice un’eccezione, Bricks resta più comodo.
Il costo di Etch? Le ore di studio
Partiamo dai numeri. Etch non ha una versione gratuita e non è nel repository dei plugin di WordPress. Sul sito ufficiale le licenze sono tre, tutte con rinnovo annuale: Freelancer a 99 dollari l’anno per 3 siti, Agency a 199 dollari per 25 siti e Agency Elite a 299 dollari per 75 siti. Le installazioni di sviluppo sono illimitate e non contano nel totale. Bricks, per fare un paragone, si compra anche con licenza a vita. Se ragioni a lungo termine la differenza un po’ la senti.

Cosa manca? L’integrazione con WooCommerce è ancora segnata come in arrivo, quindi per un e-commerce oggi Etch forse non è la scelta più azzeccata. Il prodotto si aggiorna con rilasci molto frequenti, il che è un buon segno di vitalità e al tempo stesso un motivo in più per testare ogni aggiornamento prima di portarlo in produzione.
Il costo più alto è la curva di apprendimento. Etch dà il meglio a chi conosce bene HTML, CSS e la logica delle query di WordPress. Se vieni da Elementor e non ha mai aperto un foglio di stile, imparare Etch significa imparare prima lo sviluppo web. Le due cose richiedono ovviamente tempi molto diversi.
Uno strumento che scommette sugli sviluppatori
Etch è una scommessa precisa: che ci sia abbastanza gente disposta a scrivere codice in cambio di siti più puliti e clienti più autonomi. Per anni il mercato dei builder è andato nella direzione opposta, verso strumenti sempre più facili e sempre più pesanti. Vedere qualcuno che rema contro è interessante a prescindere da come andrà a finire.
Lo terrò d’occhio nei prossimi mesi, soprattutto su due fronti: WooCommerce e la gestione dei contenuti su progetti grandi. Se lo stai già provando, sono curioso: che impressione ti ha fatto?



