In un processo SEO tradizionale, l’analisi del Search Intent è sempre stata la fase che segue la keyword research. Il primo step è individuare le query di interesse, poi chiedersi: cosa vuole davvero l’utente?
Per anni il ragionamento è stato piuttosto “lineare” (si fa per dire!). Ogni query esprime un intento relativamente chiaro, Google intercetta quell’intento e la SERP restituisce risultati coerenti. La relazione era quasi diretta: la query in un certo qual modo “conteneva l’intenzione”, la SERP la rifletteva.
Se cercavi “cos’è la SEO”, trovavi pagine definitorie. Se digitavi “come funziona la SEO”, comparivano guide più tecniche. Se scrivevi “strumenti SEO”, dominavano tool e comparazioni. Non era un sistema perfetto, ma era abbastanza prevedibile da poter costruire una strategia solida partendo dall’analisi delle keyword.
Negli ultimi anni, osservando con attenzione alcune SERP, soprattutto (ma non solo) su query ampie, questo schema inizia a mostrare delle crepe.
La query come ingresso in uno spazio tematico
Prendiamo una ricerca molto generica, ad esempio “SEO”. Che cosa sta cercando davvero l’utente? Una definizione? Un corso? Un servizio? Un confronto con la SEM? Un elenco di strumenti? Non è semplice stabilirlo, e infatti la SERP non prende una posizione netta. Mostra risultati che coprono più direzioni contemporaneamente: contenuti introduttivi, guide approfondite, pagine istituzionali, video, articoli comparativi.
In questi casi non sembra più corretto dire che l’intento è “dentro” la query. È più realistico pensare che la query identifichi un territorio e che la SERP distribuisca le diverse sfumature possibili di quel territorio tra i vari risultati. Non c’è una sola risposta dominante, ma un insieme di risposte che presidiano angolazioni differenti dello stesso tema.
Per cercare di capire meglio, pensa ai copy nelle attività pubblicitarie (sia advertising online che marketing offline). Anche in quel caso, intorno a un need girano spesso decine di angoli di azione differenti.
Questo comportamento non si limita alle query broad come “SEO”. Sicuramente accade più spesso con keyword generiche, ma questa non è a tutti gli effetti una novità.
Sono almeno dieci anni che Google mostra SERP generiche a fronte di query generiche, semplicemente perché non riesce a capire esattamente cosa ti aspetti da quella ricerca.
Il vero shift è che questa “confusione” (o “varietà”, se vogliamo usare un termine più positivo) si evidenzia ora anche su ricerche apparentemente più specifiche. Le SERP ibride, dove convivono contenuti informativi e pagine di servizio, oppure guide e comparazioni, da qualche tempo sono ormai sempre più lo standard, piuttosto che l’eccezione.
Cosa cambia rispetto al modello “classico”?
Nel modello classico di analisi delle intenzioni di ricerca a cui molti di noi si sono abituati, il flusso era abbastanza semplice: Query → Intento → Pagina coerente. L’analisi consisteva nel capire qual era l’intenzione prevalente e costruire un contenuto che la soddisfacesse meglio dei competitor.
Oggi, in diversi casi, la dinamica è meno lineare. La query sembra collocarsi in un’area tematica ampia; la SERP, invece di convergere su un’unica tipologia di risposta, distribuisce più sotto-intenzioni. Alcuni risultati puntano alla definizione, altri all’approfondimento, altri ancora all’acquisto o alla comparazione.
Questo non significa che le categorie tradizionali di intento (informativo, transazionale, navigazionale, local) non siano più utili. Restano uno strumento fondamentale di analisi. Tuttavia, non sempre sono sufficienti per spiegare la struttura della SERP. La pagina dei risultati di ricerca è diventata sempre più un mosaico multicolore, dove differenti features ci allontanano dalla classica visualizzazione di blocco.
Un esempio gustoso: i “frullati proteici”
Per rendere il ragionamento meno teorico, può essere utile spostarsi su un tema diverso e osservare cosa accade in SERP con tre query molto semplici:
- “frullati proteici”
- “frullati proteici per massa”
- “frullati proteici a dieta”
A prima vista, la distinzione sembra piuttosto chiara. La prima query è generica, le altre due esprimono un obiettivo esplicito. In un modello di Search Intent più “rigido”, ci aspetteremmo che la SERP della query generica sia composta prevalentemente da contenuti introduttivi: cosa sono i frullati proteici, benefici, ricette base, considerazioni nutrizionali generali. Le altre due query, invece, dovrebbero produrre risultati più verticali e orientati a uno scopo preciso.
Osservando la SERP di “frullati proteici”, però, il quadro sembra leggermente più articolato. Accanto ai contenuti generali compaiono anche articoli che parlano in modo esplicito di utilizzo per l’aumento della massa muscolare. Non si tratta di risultati marginali o isolati, ma di contenuti che trovano spazio nella prima pagina insieme a quelli più introduttivi.
Questo elemento, di per sé, non è una rivoluzione. Potrebbe semplicemente significare che l’argomento “frullati proteici” è fortemente associato, nell’immaginario e nei comportamenti di ricerca, al tema della massa muscolare. Tuttavia, sembra suggerire qualcosa in più: Google non interpreta necessariamente la query generica come un bisogno neutro e indistinto, ma come l’ingresso in un’area tematica in cui alcuni sotto-obiettivi sono particolarmente frequenti.
In altre parole, chi cerca “frullati proteici” potrebbe voler capire cosa sono, ma potrebbe anche essere interessato a usarli per aumentare massa o per inserirli in una dieta. La query non lo specifica. La SERP, in un certo senso, sembra anticipare queste possibilità distribuendo più angolazioni all’interno della stessa pagina dei risultati.
È qui che il vecchio matching keyword → pagina inizia a perdere un po’ di precisione. Non perché non funzioni più, ma perché rischia di essere troppo semplificato. Se mi limito a classificare “frullati proteici” come query informativa generica, potrei costruire un contenuto puramente introduttivo. Ma se la SERP include stabilmente contenuti orientati alla massa, forse vale la pena interrogarsi su quale profondità e quale angolazione siano realmente coerenti con ciò che Google sta premiando.
Il punto non è affermare che la SERP è diventata imprevedibile o che l’intento sia impossibile da identificare. Piuttosto, sembra che in alcuni casi l’intento non sia concentrato in una sola direzione, ma articolato su più livelli dello stesso tema. E leggere questa articolazione diventa parte integrante dell’analisi.
Succede solo con le query generiche?
A questo punto verrebbe spontaneo dire: il fenomeno è più evidente quando la query è ampia e lascia spazio a interpretazioni diverse. In parte è senz’altro vero. Quando il bisogno espresso non è del tutto definito, è naturale che la SERP provi a coprire più direzioni possibili.
Ma fermarsi qui rischia di essere riduttivo.
Quello che sembra essere cambiato non è soltanto il grado di ambiguità della query, quanto il modo in cui Google organizza la risposta. Anche ricerche apparentemente lineari possono oggi produrre SERP in cui convivono modelli differenti: contenuti informativi, pagine di servizio, comparazioni, video, talvolta schede prodotto e, in modo sempre più evidente, componenti local.
Non è più solo una questione di “quanto è generica la keyword”, ma di come il motore di ricerca decide di presidiare l’intero percorso decisionale dell’utente.
Una query come “consulenza SEO”, ad esempio, può generare una SERP in cui compaiono contemporaneamente pagine di consulenti o agenzie, articoli che spiegano in cosa consista una consulenza, risultati geolocalizzati e talvolta contenuti più divulgativi. Una sovrapposizione di livelli diversi di risposta che coprono differenti angoli di needs.
In questo scenario, a mio parere la lunghezza della keyword conta relativamente. Anche ricerche che sembrano lineari possono produrre SERP ibride. Sembra quasi che Google non voglia più limitarsi a intercettare un solo possibile percorso dell’utente, ma preferisca presidiare più possibilità: informarsi, confrontare, acquistare, trovare qualcuno vicino.
Il messy middle (o l’AI Overview, se vogliamo) in una singola SERP.
Concentrarsi su quanto sia ampio il ventaglio di risposte che Google decide di mettere in campo è essenziale per poterlo intercettare. Su questa ampiezza oggi diventa necessario concentrare una parte dell’analisi.
Alcune implicazioni operative
Per molto tempo il ragionamento SEO si è basato su uno schema piuttosto lineare: si parte dalla query, si identifica l’intento prevalente, si costruisce una pagina coerente con quell’intento.
Query → intento → pagina.
Non era un modello superficiale. Al contrario, funzionava proprio perché nella maggior parte dei casi la SERP tendeva a convergere verso una dominante abbastanza leggibile, probabilmente perché i motori di ricerca non erano in grado di personalizzare davvero le risposte per gli utenti.
E allora, anche quando comparivano formati diversi, era spesso possibile individuare una sorta di “linea guida”: informativa, transazionale, navigazionale o local. Il compito del SEO era “allinearsi” a quella direzione in modo più efficace dei competitor.
Quello schema oggi è senz’altro meno risolutivo. Non perché l’intento di ricerca non esista più, né perché sia impossibile individuarlo. Piuttosto perché, in molte SERP contemporanee, l’intento non si manifesta più come una sola direttrice dominante. Piuttosto, sembra articolarsi in una combinazione di modelli di risposta che convivono stabilmente.
Non è raro trovare, nella stessa prima pagina, contenuti editoriali, pagine di servizio, risultati local ben visibili e talvolta video o comparazioni. Non come elementi accessori, ma come parti strutturali della risposta. In questi casi, se applichiamo in modo troppo rigido lo schema “query → intento → pagina”, rischiamo di forzare la lettura verso una semplificazione eccessiva.
Probabilmente il modello va leggermente esteso.
Per molto tempo abbiamo avuto un criterio operativo molto comodo per capire se due query condividessero lo stesso Search Intent: confrontare le SERP.
Se due ricerche restituivano le stesse URL (non soltanto gli stessi domini), allora per Google stavamo parlando dello stesso “obiettivo” dell’utente. E quindi, nella pratica, era abbastanza naturale arrivare a una conclusione: stessa pagina.
Funzionava bene perché, nella maggior parte dei casi, la SERP tendeva davvero a convergere verso una dominante riconoscibile.
Oggi però succede sempre più spesso di trovarsi davanti a due query che sembrano parlare della stessa cosa, con lo stesso macro-intento di fondo, ma con SERP che non coincidono più a livello di URL. La risposta si è fatta più ampia e più modulare.
È come se Google stesse dicendo: “ok, il territorio è questo… ma dentro questo territorio esistono più percorsi possibili da poter prendere. Tu quale percorri?”.
É chiaro che se l’obiettivo è quello di soddisfare l’utente (come per la Search teoricamente è sempre stato), per Google è meglio presidiare più traiettorie contestualmente, che sceglierne una o due!
Da qui nasce la “crisi” del matching URL-based, accusato spesso (a ragione) di eccessiva rigidità.
Oggi due SERP possono non condividere le stesse pagine, ma condividere una cosa più importante: lo stesso mix di ruoli:
- un risultato che introduce e inquadra il tema;
- uno o due che scendono sul pratico;
- uno che intercetta la parte decisionale (comparazioni, “migliori”, pro/contro);
- uno che porta all’azione (servizio, prodotto, preventivo);
- e magari, in mezzo, una componente local o video che “sposta” l’equilibrio visivo della pagina.
In questi casi non puoi soltanto chiederti se ci sono “le stesse URL”, ma dovresti iniziare a domandare a te stesso come Google sta organizzando la risposta
Se due SERP hanno lo stesso macro-intento e distribuiscono in modo simile le sotto-intenzioni tra i risultati, allora stiamo probabilmente guardando lo stesso spazio intenzionale, anche se le URL cambiano.
A mio parere è questa la vera evoluzione operativa: l’intento non scompare, ma smette di essere una lettura “a pagina singola”, diventando piuttosto una lettura “a ecosistema”.
Ed è a questo livello che la progettazione del contenuto cambia. É importantissimo scegliere consapevolmente quale ruolo occupare dentro un’architettura che, sempre più spesso, sembra progettata per intercettare più percorsi dell’utente nello stesso momento.
Un esempio di piccolo framework operativo
Come fare? Beh, ti dico subito che non ho una risposta certa. Le acque in cui galleggiamo ci impongono ancora di navigare a vista.
Per ora sto provando a seguire questo piccolo framework per identificare quanto più correttamente possibile il Search Intent. Mi farebbe molto piacere se, provando a utilizzarlo, ne riscontrassi utilità o inutilità!
Ecco qui.
- Prendi due query e apri le SERP (stesso paese/lingua e possibilmente stesso device).
- Chiediti qual è la dominante: informativa? Servizio? Comparativa? Local?
- se la dominante cambia, probabilmente cambia anche l’intento.
- Guarda il mix dei risultati, senza fossilizzarti sulle URL:
- quanti “intro/definizione”
- quanti “guide/approfondimenti”
- quanti “decisione/comparazioni”
- quanti “azione/servizio” (e quanto pesa la componente local/video)
- Confronta la distribuzione: la SERP “racconta” lo stesso schema di risposta?
- Osserva la dominante e il peso dei ruoli: quante guide rispetto ai servizi? Quanto spazio occupano comparazioni, local o video?
- Se entrambe le SERP hanno la stessa dominante (es. prevalentemente informative) e una proporzione simile tra informativo, decisionale e servizio, stai probabilmente intercettando lo stesso spazio intenzionale, anche se le pagine non coincidono.
- Decidi l’output:
- Se dominante e proporzione dei ruoli restano simili, puoi lavorare su un’unica pagina, strutturandola in modo da coprire consapevolmente i sotto-angoli ricorrenti.
- Se invece cambia il peso dei ruoli, stai intercettando uno spazio intenzionale diverso: meglio separare le pagine o progettare un’architettura più profonda.
- Scrivi il contenuto scegliendo un ruolo, non “coprendo tutto a caso”:
- introduzione, operativo, decisionale, servizio… scegli cosa vuoi presidiare.
Considerazioni finali
Sai qual è la cosa più divertente? É che in realtà si sarebbe dovuto già lavorare così. Personalmente, questo è il momento che aspettavo da qualche anno. Quello in cui le sfumature iniziano ad avere un peso.
Quando ho iniziato a considerare le intenzioni di ricerca come una necessità, bramavo riuscire a frammentare le SERP in un insieme di “potenziali risposte”. Perché è semplicemente irrealistico pensare che utenti diversi, pur digitando le stesse parole, stiano cercando esattamente la stessa cosa.
A tal proposito, anni fa feci un test pratico durante uno speech. Partendo da una singola parola, ovvero “friggitrice ad aria”, chiesi ai partecipanti di pensare alla prima query che avrebbero digitato in merito.
Gli obiettivi furono quasi completamente differenti l’uno dall’altro. E non solo: alcune parole, scritte e utilizzate allo stesso modo, avevano in realtà degli obiettivi completamente differenti.
C’era chi voleva comprarne una specifica, chi era interessato a un modello suggerito da un amico, chi voleva sapere se friggeva davvero e, qualcuno, addirittura non sapeva proprio cosa fosse!
Soltanto che, digitando su Google un query come quella, le risposte non coprivano TUTTE queste esigenze.
Non lo fanno nemmeno oggi, onestamente. Tuttavia, Google (e le AI generative) hanno iniziato finalmente a sfruttare più o meno correttamente questo enorme bagaglio di conoscenza degli utenti e dei loro comportamenti online.
Non ci resta che adeguarci e adeguare i nostri “schemi lavorativi” a questa inarrestabile evoluzione.



