La SEO On Page è l’ottimizzazione del singolo contenuto di un sito. Riguarda tutto quello che sta dentro una pagina: title e meta description, testo, heading, immagini e video, link e dati strutturati. Serve principalmente a due cose: la prima è far capire ai motori di ricerca e alle AI di cosa parla una pagina; la seconda è convincere chi la trova in SERP a cliccarla.
Da sola non posiziona un sito. Google valuta un dominio nel suo insieme, considera i link che riceve da altri domini, il comportamento degli utenti quando atterrano sulle pagine e quando scelgono dove cliccare in SERP. E molto, molto altro. Ad oggi nessuna strategia SEO può reggersi soltanto sull’ottimizzazione di una manciata di testi.
Di contro, è vero anche che un sito è fatto di pagine e ogni pagina curata male è un tassello che manca al completamento del mosaico. Nel 2026, ma già da qualche anno, c’è anche un motivo in più per curare i contenuti con attenzione: AI Overviews e AI Mode citano singoli passaggi presi dalle pagine e una pagina dall’orientamento ambiguo difficilmente finisce tra le fonti.
Vediamo un po’ cosa fare per dare spolvero ai nostri contenuti e renderli appetibili sia a Google (e ai motori di ricerca) che alle AI Generative.
Un contenuto deve servire a qualcuno molto prima che a Google e alle AI
Della qualità dei contenuti ho già parlato nell’articolo sull’Helpful Content System di Google. Da marzo 2024 quel sistema non lavora più come filtro a parte: Google l’ha assorbito nei sistemi di ranking principali con il core update di quel mese. I criteri sono rimasti gli stessi: puoi trovarli nella documentazione sui contenuti utili, affidabili e pensati per le persone.
Come buona parte della comunità SEO, ho i miei dubbi su quanto Google rispetti per primo i consigli che dà. Certe SERP a me sembrano immondizia. Dico “sembrano” perché i dati su come le usano le persone li ha Google, mentre io (noi, per estensione) no. E senza numeri la mia (e quella di chiunque altro) è destinata a rimanere un’opinione.
Prima di pensare a title e heading, comunque, ci sono alcune cose da sistemare:
- scrivi un contenuto per risolvere un problema a chi legge. Il traffico arriva dopo, e quando è l’unico obiettivo si capisce subito (a scanso di equivoci: non è una cosa buona);
- cita le fonti quando riporti dati, statistiche o concetti che non spieghi nella pagina, con un link diretto alla fonte originale;
- fai scrivere il contenuto a chi conosce la materia e lascia tracce visibili della sua esperienza: una pagina autore, una biografia, i lavori fatti. Sono le due E iniziali di E-E-A-T, Experience ed Expertise, e servono a chi legge quanto ai motori di ricerca;
- metti nel testo qualcosa di tuo. Un punto di vista personale, un esempio da un progetto reale, uno screenshot fatto da te al posto della solita foto d’archivio. È l’unica parte del contenuto che un concorrente non può copiare da un altro sito;
- fai girare il contenuto anche fuori dal sito. I link contano ancora e, insieme a loro, le menzioni del brand (quindi la ricorrenza del tuo nome brand senza un link), i link nofollow, le condivisioni sui social, i forum di settore, la newsletter;
- guarda quali formati premia la SERP. Se trovi video e immagini in evidenza, preparane anche tu.
Si potrebbe andare avanti con altri cento consigli, ma alla fine della fiera quello che conta è: non scrivere cazzate.

Nel 2023 scrivevo che le IA mettevano in fila informazioni impersonali meglio di noi e che nella scrittura creativa sembravano ancora manichini impacciati. Nel 2026 i manichini scrivono parecchio meglio e un testo generico ora può produrlo chiunque in trenta secondi. A Google interessa poco quale strumento hai usato. Dal 2024 però le sue norme contro lo spam hanno una voce precisa per i contenuti prodotti in serie per spingere il ranking, che chiama scaled content abuse. Il lenzuolo di parole generiche oggi vale ancora meno di prima, chiunque l’abbia scritto. Se non mi credi, prova pure tu stesso.
Quando scrivi, scrivi cose vere, informati e mettici del tuo. Se l’argomento lo richiede, dai un punto di vista realistico e basato su evidenze.
Poi la pagina deve anche farsi capire dai motori di ricerca. Alcuni elementi restano fondamentali perché Google e motori di ricerca comprendano l’obiettivo di un contenuto. La sua Guida introduttiva alla SEO li elenca quasi tutti quindi, se non l’hai mai letta, ti consiglio di partire da lì. Ora io ci metterò del mio.
SEO On Site e SEO On Page per me sono due lavori diversi
L’ultimo disclaimer, giuro. Nel mio modo di lavorare tengo separate SEO On Site e SEO On Page. Probabilmente questa distinzione non la troverai altrove, perché molti colleghi usano i due termini come sinonimi e ci mettono dentro tutto quello che si fa all’interno di un sito, in contrapposizione alla SEO Off Site fatta di link building, digital PR e simili.
Non ci trovo niente di sbagliato. Io però preferisco dividerle così:
- la SEO On Site riguarda l’ottimizzazione del sito nel suo insieme: la struttura dei contenuti, i percorsi di navigazione, i dati strutturati validi su tutte le pagine, il piano dei link interni. È il lavoro sul macro;
- la SEO On Page riguarda le tattiche per posizionare il singolo contenuto nelle SERP. È il lavoro sul micro, una pagina alla volta.
Le due attività si toccano di continuo, perché la SEO resta la somma delle parti. Mi torna comodo affrontarle in due momenti: di solito prima l’On Site, poi l’On Page sui singoli contenuti.

A volte conviene invertire l’ordine. Se ti serve un risultato da mostrare in fretta, o c’è un’opportunità da prendere al volo, ottimizzare tre o quattro articoli prima di sistemare le breadcrumb ha parecchio senso. Tanto le breadcrumb aspettavano da anni, per una settimana in più certo non si offenderanno.
Le pagine si giocano il posizionamento su alcuni segnali di ranking che aiutano i motori di ricerca e le AI a capire senza ambiguità qual è l’obiettivo di un contenuto. Gli stessi elementi convincono le persone a cliccare il tuo risultato in SERP. E anche i clic finiscono tra i segnali che Google usa per valutare la qualità di una pagina.
Elementi da curare come segnali di ranking
Ogni elemento che trovi qui sotto lavora su due fronti. Aiuta Google a capire la pagina e aiuta chi cerca a sceglierla.
Search intent
Il primo controllo da fare su un contenuto riguarda l’intenzione di ricerca. La pagina deve rispondere a quello che cerca chi digita le query per cui la stai ottimizzando.
Di cosa sia e di come si analizza il search intent ho parlato a lungo in un post dedicato. Se l’argomento ti è poco chiaro, leggilo prima di andare avanti. Su come Google distribuisce i ruoli dentro una stessa SERP trovi anche questo approfondimento.
Per la SEO On Page conta soprattutto una verifica. Le query che vuoi presidiare con lo stesso contenuto devono avere la stessa intenzione di ricerca. Prima di scrivere, o di far scrivere qualcun altro, cerca le query su Google e confronta le SERP. Io guardo gli URL in comune nei primi dieci risultati. Se ne condividono cinque o sei, le query stanno bene nella stessa pagina. Se ne condividono meno di tre, servono due contenuti separati.
Un esempio. Stai scrivendo un articolo introduttivo sulla SEO e nella keyword research trovi sia “seo cos’è” sia “consulenza seo”. Le due SERP hanno pochissimi risultati in comune: la prima è piena di guide e definizioni, la seconda di pagine di servizio. Servono due contenuti diversi, e metterle insieme rischia di farti perdere entrambe le query.

Se hai tempo, rifai anche un giro di ricerca delle parole chiave, soprattutto se l’unica che hai è quella iniziale. Ti aiuta a recuperare query long tail che ti erano sfuggite.
Snippet e rich snippet
Lo snippet è l’anteprima del tuo contenuto nella pagina dei risultati. È la prima cosa che chi cerca vede di te, e spesso l’unica su cui decide se cliccare.

Lo snippet classico ha quattro elementi:
- il nome del sito con la favicon, in alto;
- l’URL della pagina o il percorso delle breadcrumb;
- il title, che Google mostra come titolo cliccabile;
- la meta description, il testo sotto il titolo.
Si parla di rich snippet quando a questi elementi se ne aggiungono altri grazie ai dati strutturati: le stelline delle recensioni, il prezzo di un prodotto, la disponibilità, un’immagine in evidenza. Negli ultimi anni Google ne ha ridotto parecchio la varietà. Da agosto 2023 i risultati FAQ compaiono quasi solo per siti governativi e sanitari autorevoli, e quelli HowTo sono spariti del tutto. Su come ottenere quelli che restano c’è una guida dedicata ai rich snippet.

Quando scrivi lo snippet, tieni presente che:
- il title è un segnale di ranking. Inserisci una o due delle query su cui stai ottimizzando il contenuto, scritte in modo naturale. Ne ho parlato più nel dettaglio nel post sul tag title;
- il title è anche la parte più visibile dello snippet. Mettici le query, e insieme un motivo per cliccare proprio il tuo risultato;
- la meta description non conta per il ranking. Usala per convincere chi legge: riprendi quello che il title promette, aggiungi un dettaglio concreto, chiudi con un invito;
- Google riscrive spesso title e description quando pensa che altri testi della pagina rispondano meglio alla query. Se su una pagina succede di continuo, spesso è perché lo snippet promette qualcosa che il contenuto non mantiene;
- l’URL deve essere leggibile, fatto di parole comprensibili come sito.it/seo-on-page/ invece di parametri come sito.it/index.php?page=photos. Il ranking della pagina resta legato a quell’indirizzo, quindi scegline uno che non dovrai cambiare. Un anno nell’URL, per esempio, ti obbliga a un redirect alla prima revisione.
Lo snippet incide anche sul comportamento di chi cerca. Se in tanti vedono il tuo risultato e non lo cliccano, o entrano e tornano subito indietro per scegliere un concorrente, la pagina rischia di perdere posizioni.
Uno snippet curato lavora per due lettori. Al crawler dice subito di cosa parla la pagina, a chi cerca dà un motivo per sceglierla.
Above the fold e primo paragrafo
Il contenuto above the fold è quello che vedi appena si apre la pagina, prima di scorrere. Da desktop lo spazio c’è, da smartphone è poco. Ed è proprio lì che tanti siti piazzano slider enormi, video in autoplay e banner a tutto schermo. Belli da vedere, in ottica SEO non proprio il massimo.

Per me l’ideale è un above the fold con l’H1 della pagina e un primo paragrafo che dica subito di cosa parla la pagina. Mi piace dire che l’above the fold è il mantenimento di una promessa, e per questo vengo ampiamente perculato. La promessa la fa lo snippet, l’above the fold conferma che verrà mantenuta.
Se hai uno o due link interni importanti, mettili in questo primo paragrafo. Li incontrano subito sia il crawler sia chi legge.
Il primo paragrafo conta anche per un altro motivo. Tra i sistemi di ranking documentati da Google c’è il passage ranking, che valuta le singole porzioni di testo di una pagina e può far emergere un passaggio preciso per una query specifica. Ogni blocco di testo deve quindi stare in piedi da solo.
Un buon modo per partire è un’introduzione subito sotto l’H1 che spiega di cosa parla la pagina, quali sottotemi tratta e come. Lì puoi inserire anche i link interni verso le pagine che ti interessa spingere.
Se scrivi un articolo, l’introduzione può anticipare gli argomenti e il taglio che darai. Su una categoria e-commerce o una pagina di lead generation puoi citare le sottocategorie o i servizi principali. Per esempio:
“Qui trovi le scarpe da running più comode e affidabili. Abbiamo scelto solo i marchi migliori del mercato per darti il massimo in comfort e prestazioni, come adidas, Nike e Under Armour.”
“Il nostro gestionale in cloud ti aiuta con tutte le attività ricorrenti di amministrazione e fisco: fatturazione elettronica, buste paga, registri contabili.”
A dare ordine alle informazioni nel resto del contenuto ci pensano gli heading tag.
Heading e paragrafi
Quando in una pagina c’è molto testo, gli heading tag danno a ogni passaggio il suo posto. Sono i tag HTML che fanno da titoli dei paragrafi e creano una gerarchia tra le parti della pagina, come i titoli dei capitoli e dei paragrafi in un libro.
Sono sei, da H1 a H6. Di norma ogni pagina ha un solo H1, che in WordPress coincide quasi sempre con il titolo della pagina. Gli altri, da H2 in giù, segnano i sottotemi sempre più specifici. Io raramente scendo sotto l’H3. Quando sento il bisogno di un H4, spesso sto infilando nella pagina un argomento che risponde a un search intent diverso e meriterebbe un contenuto tutto suo.

Spezza il testo in paragrafi e apri ogni paragrafo con un tema nuovo sotto un heading più specifico del precedente. Ne escono dei piccoli cluster di argomenti che si aprono e si chiudono quando cambi tema.
Non è chiaro se gli heading pesino in modo diretto sul ranking. Google ha detto più volte che aiutano chi legge a orientarsi nel testo e il crawler a capire il contenuto. Usa le parole chiave in modo naturale e scrivi heading che spieghino da soli cosa c’è sotto. In questo post li trovi tutti nell’indice in alto.
Gli heading aiutano anche i sistemi che costruiscono risposte con l’IA, come AI Overviews, AI Mode o ChatGPT quando cerca sul web. Per quanto se ne sa, questi sistemi dividono la pagina in porzioni di testo e scelgono quella che risponde meglio alla domanda. Un heading chiaro segna dove inizia una porzione e dice di cosa parla. Se sotto un H2 trovi subito la risposta, e il paragrafo regge anche letto da solo, quella parte ha più possibilità di essere ripresa e citata. Un titolo creativo ma vago, tipo “Il bello viene adesso”, a una macchina non dice niente. Google ripete che per le sue funzionalità IA non servono ottimizzazioni speciali, e infatti un heading chiaro serve prima di tutto a chi legge.
Se vuoi approfondire l’argomento, lo trovi nel post dedicato agli heading tag nella SEO.
Indice dei contenuti
L’indice dei contenuti, o table of contents, è l’elenco dei titoli di una pagina con i link ai singoli paragrafi.
Ti serve per almeno due cose. Dà subito a chi arriva la misura di quello che troverà nella pagina. E a volte Google lo usa per mostrare in SERP dei link diretti ai paragrafi sotto lo snippet.


Anche qui è difficile parlare di fattore di ranking diretto. Di sicuro rende il testo più digeribile per chi legge e la struttura più chiara per il crawler. In una scheda prodotto o in una categoria e-commerce ha poco senso. In un articolo del blog, in una guida o in una pagina lunga è un ottimo alleato.
Dati strutturati
I dati strutturati sono porzioni di codice che descrivono ai motori di ricerca, senza ambiguità, cosa sono i contenuti di una pagina. Ci dicono che quel numero è un prezzo, che quel nome è l’autore, che quella pagina è la scheda di un prodotto. Il vocabolario è quello di Schema.org, nato nel 2011 da un accordo tra Google, Microsoft e Yahoo, a cui si è aggiunta Yandex pochi mesi dopo.

Puoi scriverli in tre formati: JSON-LD, Microdata e RDFa. Google consiglia il JSON-LD, ed è anche il più comodo da gestire, perché sta in un blocco a parte e non si mescola con l’HTML della pagina.
Quando possibile, marca ogni contenuto con il tipo più adatto. Qualche esempio:
- Product per le schede prodotto;
- CollectionPage per le categorie di un e-commerce;
- BlogPosting per gli articoli del blog;
- BreadcrumbList per le breadcrumb;
- LocalBusiness per la pagina di un’attività con sede fisica, di cui parlo nel post sui dati strutturati per la local SEO.
Una regola vale per tutti: i dati strutturati devono descrivere quello che si vede nella pagina. Recensioni che non esistono o prezzi diversi da quelli mostrati sono il modo più rapido per perdere i rich snippet. Prima di pubblicare, controlla il markup con il Test dei risultati avanzati di Google.
Per approfondire la tematica:
Immagini e video
Una pagina è fatta anche di immagini e video. Arricchiscono il contenuto e vengono incontro a chi non ama leggere lunghi blocchi di testo.
Quando in una SERP immagini e video hanno un posto in evidenza, valuta se puoi preparare dei contenuti visivi che accompagnino la lettura. Quando ho scritto la prima versione di questo post, la query “guida installazione pixel” (il pixel di Meta) mostrava il box Video subito sotto la guida ufficiale di Facebook. Per “scarpe da basket air jordan”, sotto la categoria di Nike dedicata alla linea di Michael Jordan c’era un box Immagini. Di Air Jordan ne esistono un’infinità, e chi cerca preferisce probabilmente sceglierle guardandole, prima ancora di entrare in un e-commerce.

Le SERP cambiano spesso, quindi rifai sempre il controllo sulle tue query prima di decidere.
Immagini caricate sul sito e video incorporati da YouTube o dai social migliorano la percezione di qualità del contenuto. Ti aprono anche le porte di Google Immagini e dei risultati video. Perché funzionino anche in ottica SEO:
- scrivi un alt text che descriva l’immagine, utile a chi usa uno screen reader e a Google per capire cosa mostra;
- dai al file un nome parlante, come seo-on-page-anatomia-snippet.webp al posto di IMG_4532.jpg;
- usa formati leggeri come WebP o AVIF e comprimi le immagini prima di caricarle;
- attiva il caricamento differito (lazy loading) solo per le immagini più in basso nella pagina. L’immagine above the fold deve caricarsi subito;
- ricorda che da dicembre 2023 Google indicizza un video solo quando è il contenuto principale della pagina. Un video incorporato in un articolo arricchisce il testo, ma difficilmente comparirà tra i risultati video con quella pagina.
Link interni ed esterni
I link sono un fattore importante, e forse l’unico tra quelli on page che pesa anche oltre il singolo contenuto.
I link che escono da una pagina sono di due tipi. I link esterni puntano fuori dal tuo sito, i link interni portano ad altri contenuti del tuo sito.
Ogni volta che metti un link verso un contenuto, lo stai votando. Al crawler stai dicendo di:
- visitare quel contenuto, perché glielo consigli;
- visitarlo per l’argomento riassunto nell’anchor text, la parte cliccabile del link.

Usa i link interni per valorizzare i tuoi contenuti, passando loro un po’ di valore, il famoso PageRank, e spiegando a Google e a chi legge perché li stai segnalando. In questo post ne trovi parecchi, per esempio quelli sul search intent e sui dati strutturati. Li ho messi per due motivi. Volevo aiutarti a ritrovare in fretta gli articoli in cui approfondisco temi vicini alla SEO On Page. E volevo dire a Google che quei contenuti per me contano, passando loro un po’ del valore di questa pagina e indirizzando lì il crawler.
I link esterni servono quando riporti dati o informazioni che non sono farina del tuo sacco. Linkare una fonte, una banca dati o la documentazione ufficiale di Google è corretto: dai a chi legge un approfondimento che migliora la sua esperienza, anche se lo porta fuori dal tuo sito. Per i link a pagamento o generati dagli utenti esistono gli attributi dedicati, che trovi spiegati nel post sui link nofollow, sponsored e ugc.
Evita però di trasformare la pagina in un colabrodo di link, interni o esterni che siano. Chi legge si perde, e più link metti, meno valore porta ciascuno.
La SEO On Page aiuta anche per le risposte generate dall’IA
In Italia le AI Overviews sono arrivate a marzo 2025 e AI Mode a ottobre dello stesso anno. In entrambi i casi Google costruisce una risposta e la accompagna (di solito, ma non è una legge) con i link alle pagine da cui l’ha ricavata. Per un sito, finire tra quelle fonti è diventato un obiettivo a sé, che nel settore chiamiamo GEO, Generative Engine Optimization.
Sul come, Google è piuttosto chiaro. Nella pagina dedicata alle funzionalità IA della Ricerca spiega che per comparire in AI Overviews e AI Mode non servono ottimizzazioni speciali. La pagina deve essere indicizzata e idonea a mostrare uno snippet nei risultati classici. Il resto sono le stesse buone pratiche SEO di sempre.

C’è un dettaglio che rafforza ulteriormente l’importanza di una buona ottimizzazione dei contenuti. Per rispondere a domande complesse, AI Mode usa una tecnica che Google chiama query fan-out: divide la domanda in tante ricerche più specifiche, le lancia in parallelo e mette insieme i risultati per fornire la più completa e migliore esperienza informativa possibile all’utente. Una pagina che risponde in modo netto a uno di quei sottotemi ha buone possibilità di essere ripresa, anche se per la query principale non è in prima pagina. Anzi, anche se non è posizionata affatto.
Gli elementi che rendono una pagina più facile da citare li hai già incontrati in questo post:
- un primo paragrafo che risponde subito alla domanda, senza preamboli;
- heading chiari che dicono di cosa parla la porzione di testo sotto, come abbiamo visto poco sopra;
- paragrafi autosufficienti, che reggono anche letti da soli, lo stesso principio del passage ranking;
- dati strutturati coerenti con il contenuto visibile. Google li considera utili e niente di più. Microsoft è stata più esplicita: Fabrice Canel, a capo di Bing, ha detto nel 2025 che lo schema markup aiuta i suoi modelli linguistici a capire i contenuti;
- dati, fonti e punti di vista tuoi. Un sistema che deve scegliere tra dieci pagine che dicono la stessa cosa ha pochi motivi per citare proprio la tua.
Se invece vuoi limitare l’uso dei tuoi contenuti nelle risposte generate, i controlli sono quelli degli snippet classici: nosnippet, data-nosnippet e max-snippet. Valgono anche per AI Overviews e AI Mode.
L’esperienza utente
Prima di pubblicare, controlla che la pagina offra a chi arriva un’esperienza soddisfacente. È un concetto largo, ma dal punto di vista SEO si riduce a due controlli.
Il primo riguarda la lettura da smartphone. Da luglio 2024 Google scansiona tutti i siti con il suo crawler per dispositivi mobili, quindi la versione mobile della pagina è quella che conta. Controlla che il testo sia leggibile senza zoom, che l’interlinea aiuti la lettura, che le immagini si adattino allo schermo e che banner e pop-up non coprano il contenuto appena la pagina si apre. Su come si progetta un’interfaccia comoda trovi qualche spunto nel post su UX e UI.
Il secondo riguarda la velocità. Quelle immagini bellissime e quell’effetto grafico che fa comparire gli elementi allo scroll non devono rendere la pagina pesante 10 MB. Google misura l’esperienza di caricamento con i Core Web Vitals.

Google li usa nei suoi sistemi di ranking, precisando che (ovviamente) superarli non basta a garantirti le prime posizioni. Una pagina lenta però parte in svantaggio e chi aspetta più di due o tre secondi spesso torna indietro senza attendere il caricamento. Se lavori su WordPress, molto dipende anche dall’hosting che scegli.
Cosa sappiamo oggi dei clic come segnale di ranking
Per anni Google ha evitato di dire in modo chiaro se il comportamento degli utenti influisce sul ranking. Tra il 2023 e il 2025 le cose sono cambiate parecchio.
Nell’autunno 2023, durante il processo antitrust intentato dal Dipartimento di Giustizia statunitense, Pandu Nayak, vicepresidente di Google, ha descritto NavBoost: un sistema che usa i dati sui clic degli utenti, raccolti su circa tredici mesi, per affinare i risultati. Nello stesso periodo un ex dipendente di Google ha raccontato a Search Engine Land come l’azienda usa i clic nel ranking. Dagli atti del processo è uscita anche una slide interna, “The 3 Pillars of Ranking”, che riassume così i segnali principali:
- quello che il documento dice di sé, cioè il suo contenuto;
- quello che il web dice del documento, cioè i link che riceve dall’esterno;
- le interazioni degli utenti, cioè come le persone si comportano con quel contenuto.

A maggio 2024 è arrivato il leak della documentazione interna delle API di Google, con migliaia di attributi tra cui diversi riferimenti a NavBoost e a metriche sui clic. Ad agosto 2024 il giudice Amit Mehta ha stabilito che Google ha mantenuto illegalmente il monopolio nella ricerca. Tra i vantaggi che le danno un margine sui concorrenti, la sentenza cita proprio l’enorme quantità di dati sulle interazioni degli utenti. I rimedi decisi a settembre 2025 obbligano infatti Google a condividere una parte di quei dati con i concorrenti qualificati.
Che contenuti e link contassero non era una novità. La conferma che anche il comportamento degli utenti pesa, a lungo sospettata da molti SEO, me compreso, sposta l’attenzione sul lavoro fatto per chi legge.
In pratica, tieni d’occhio il CTR dei tuoi risultati in Search Console. Se una pagina ha molte impressioni e pochi clic, il problema può essere nello snippet, nella pagina o nell’intento di ricerca. Controlla che la pagina carichi bene, che si legga senza problemi da desktop e da mobile, che gli annunci non siano invadenti. E verifica di aver centrato l’intento delle query. Puoi salire anche dicendo qualcosa di diverso dai nove concorrenti in SERP, ma se agli utenti non piace quello che dici, o come lo presenti nello snippet, puoi scendere con la stessa velocità.

Cerca poi sempre di far circolare i tuoi contenuti il più possibile. Commenti, condivisioni sui social, discussioni nei forum e citazioni in newsletter portano persone sulla pagina e danno a Google altri segnali che il contenuto interessa a qualcuno.
Di carne al fuoco ce n’è parecchia!
Se ti chiedi da dove partire, apri Search Console e cerca la pagina con più impressioni e meno clic. Ricontrolla lo snippet, il primo paragrafo e l’intento delle query per cui si posiziona, sistema quello che non torna e guarda cosa cambia nelle settimane successive.
Ho preferito non scendere troppo nel dettaglio dei singoli elementi. Ognuno merita un post più breve e verticale, che andrò a creare nel tempo.Ce ne sono già molti, dal tag title ai rich snippet, dai dati strutturati al search intent.
D’altronde il search intent me lo permette 😉



